Posso considerare questo il seguito, spero definitivo, del mio precedente scritto. Perché riavvicinarmi alle lettere dopo tanti anni? Forse perché questo primo amore è rimasto così profondamente sedimentato nel cuore che, benché le vicissitudini della vita — e non ultima la mia connaturata farfalleria, che mi porta a passare da un argomento all'altro, da un interesse all'altro, da una passione all'altra — abbiano a lungo impedito una costante coltivazione delle belle lettere, esso si è ridestato in me per una circostanza del tutto accidentale: il mio girovagare in rete.
Ora, come un anfibio, mi dibatto nella morta gora dei dubbi, oscillando fra l'affermare e il negare, quasi avvitandomi in spirali dialettiche delle quali non riesco a venire a capo. Procedo a tentoni, simile a quegli anfibi cui difetta la vista e che si orientano affidandosi a un olfatto affinato dalla necessità: quella ambientale.
Quei tempi sono andati. La macchina per scrivere fu un'urgenza, la grafia era indecifrabile anche per chi la compilava. Nonostante mi adoperassi con cura certosina, il prodotto non sortiva l'effetto desiderato: il meccanismo su cui digitavo imbrigliava quello che chiamavo estro ma che era solo capriccio. Questa almeno fu la mia sensazione. E se questo non fu un cruccio, fu un incomodo senz'altro: un pungolo nella carne, non di più.
Ed ora, come un qualsiasi Carlo Altoviti, rivango il passato in cerca di tracce, indizi per quello che sarà il mio destino, che non è scritto nelle stelle ma è solo il portato di arbitrio e accidentalità. Non il trascorso per il trascorso, ma il trascorso che apre una luce sul futuro, se mai ci sarà futuro per me.
Ed ora: è tardi e per me è sempre tardi; metto sotto chiave la scrittura. E domani forse, se il ritegno non recede, la metto in rete e, come in una bottiglia, affido il messaggio sigillato con la lacca alle onde marine e ne seguirò il destino.
Il messaggio nella bottiglia testo di Paulus